Il Morbus Anglicus

Posted on 15 agosto 2010 di

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Un articoletto di Emiliano G.

È con un pizzico d’ironia che Arrigo Castellani battezza la questione linguistica probabilmente meno discussa degli ultimi venticinque anni. Un’ironia dolceamara, forse, e un poco premonitrice. Quando nel 1987 il Morbus anglicus appariva fra le pagine della rivista Studi linguistici italiani, infatti, il continuo filtrare di anglicismi all’interno di scritto e parlato pareva tutt’altro che un morbo da debellare. E se la proposta del Castellani trovò da una parte il consenso di un pur debole purismo e neopurismo romanzo, non riuscí mai però ad avere reale corso nelle università, anche a causa di una Crusca frustrata da quasi un secolo di angustie economiche. Oggi, a poco piú d’un mese dall’ultimo disperato appello dell’Accademia, a rischio di definitiva chiusura, le cose non sembrano essere cambiate.

Ma in che cosa consistevano, anzitutto, le proposte del Castellani? Per l’accademico, al libero diffondersi di forestierismi occorreva opporre un sistema di adattamento ben orientato, in linea con il tradizionale sistema fonologico italiano, immutato, salvo sparute eccezioni, da piú di ottocento anni: parole uscenti in vocale soltanto, o in -m, -n, -r, -l, e assimilazione obbligatoria dei nessi consonantici latini -ct-, -ft-, -pt-, -mn- (ecc.), non certo -ing, -ness, o -rtn- (partner) o simili. Secondo il Castellani, se un forestierismo dovesse effettivamente colmare un vuoto del lessico, questo potrebbe essere accolto integralmente solo se rispondente ai limiti posti dalla fonologia tradizionale (è il caso di mango, tango, gilè, parchè), altrimenti occorrerebbe adattarlo in modo che rientri nei detti limiti. Cosí per boomerang, che diventa bumerango, o bazooka: bazzuca, o bungalow: búngalo. Tuttavia, quando fosse possibile, il Castellani spingerebbe sempre a ricorrere all’equivalente termine italiano (per esempio businessman: uomo d’affari, camping: campeggio, record: primato).

Quel che propone il Castellani, tuttavia, è forse meno innovativo di quel che sembra. Dacché la lingua italiana – ma non solo lei – ha una storia, essa ha sempre incorporato i forestierismi adattandoli naturalmente. È il caso del nostro domesticissimo zucchero, dall’arabo sukkar, o albicocca, da albarquq, di sterlina, dall’inglese sterling, o pigiama, da pyjamas, e la lista potrebbe facilmente allungarsi. Ma che ne è stato dunque della naturalità dell’adattamento? Quali forze sono coinvolte nel processo di continuo e supino assorbimento di forestierismi crudi da parte di un popolo che ha avuto una lingua comune ancor prima d’una patria? Se c’è, in effetti, un triste precedente del tentativo del Castellani nel periodo d’autarchia fascista, durante il quale a cocktail doveva sostituirsi ‘arlecchino’, e a dessert un improbabile ‘per alzarsi’, imputare a esso l’intero processo linguistico sarebbe usare un espediente piú politico che scientifico, e le ragioni sono forse da ricercarsi altrove. Anzitutto l’Italia non è caso isolato, in Europa come nel Mondo: ci seguono Germania, Spagna, Olanda e l’insospettabile Francia. Ma la tendenza nel Bel Paese sembra essere accentuata da un qualcosa di suo e particolare, una esterofilia dolciastra, forse, che sa piú di vanesio che d’altro: da una ricerca di ostentazione vuota e impaurita.

Cosa distingue, allora, senza neppur voler valicare il confine del Novecento, gl’italiani di non piú di settant’anni fa da quelli di oggi? In ciò la maggior alfabetizzazione e l’estensione dell’istruzione obbligatoria hanno giocato un ruolo fondamentale. Se i meriti e il ruolo della scuola sono, naturalmente, inattaccabili da un punto di vista sociale, la progressiva alfabetizzazione ha permesso ai parlanti di vedere scritte le parole che sino a pochi decenni prima solo avrebbero potuto udire. L’autorità che lo scritto, da sempre, esercita sul parlato ha fatto il resto. Cosí partner sognava di diventare parne(r), marketing d’esser presto màrcheti, sport di venire scritto, come del resto già era pronunciato, spor, e invece, fotografati dall’implacabile alfabetizzazione, si sono congelati in grafie aliene tanto allo scritto quanto al parlato. Se poi ci si mette l’American Generation, la Rete e la Televisione, non c’è piú neanche da parlarne. E si raggiunge il paradosso in cui a maggior competenza linguistica, quella delle generazioni moderne, corrisponde minore espressività e caratterizzazione nativa rispetto a coloro che ancora solo parlavano il vernacolo locale.

Contuttociò, tuttavia, non si vuole qui denunciare il castellaniano morbus anglicus quale forma di corruzione della lingua, ciò che sarebbe evidentemente ascientifico, poiché non si è tutti, noi piccoli uomini, che insignificanti passanti nel cammino della lingua, ed essa soltanto si prenderà cura di sé, né, se non in parte, mostrare alcune inevitabili responsabilità d’una comune istruzione nazionale; ma si vuol forse solo dare uno spunto di riflessione sulle ragioni che ci spingono a scrivere e parlare nel modo in cui lo facciamo.

Forse stupirà che un giovane scolaretto italiano con soltanto l’abbiccí d’inglese in testa faccia maggior uso di forestierismi d’un qualsiasi amante colto d’entrambe le lingue. E forse stupirà anche accorgersi di quanto, piú si conosce e ama qualcosa, non solo una lingua, meno si sia disposti ad abusarne.

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