Lara ha ri- capitolato

Posted on 6 agosto 2010 di

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Di S. A.

Al centro della vetrata quadrata la luna campeggiava piena nel cielo e rifletteva un’oscurità leggera e diafana sulle pareti rosee della stanza. Ne erano immersi, come nuotando in uno specchio d’acqua scura ma nitida, colore del crepuscolo.
“Va bene, questo è il momento di darsi inevitabilmente per vinti” disse Lara dopo molto tempo. E finalmente quelle parole si adagiarono su un viso, quello lungamente desiderato di E.
Da fuori si sentiva venire il rumore dell’aria che precede la pioggia.
Lui era fermo, sdraiato sul letto in ferro battuto che occasionalmente li aveva ospitati due settimane prima. Lei pensava (seduta, nuda) coi gomiti sulle ginocchia.
Il vento soffiava forte sulla striscia di selciato e sull’erba del giardino di fronte e l’aria scura era cosparsa di una miriade di ruotanti pollini di pioppo bianchi e vaporosi che volteggiavano in circolo.
“Mi taglio con te, come con una lama. Continuamente.” disse lei.
Lui la guardò, senza dire una parola, solo sospirando, Lara lo sapeva, per preservare vergine la sua inviolabile interiorità. Alzò le sopracciglia, aprendole in grandi arcate di impotenza.
“Perché?” lo guardò e poi si sdraiò avvilita e pervasa da una sensazione di impossibilità. Dopo qualche minuto si ritirò su e aprì un quaderno e, impugnata una penna nera, si appoggiò al tavolo a fianco al letto e scrisse:
Già mi fai faticare per continuare a parlarti. Perché hai creato senza ragione tutto ciò? Inevitabilmente mi intestardisco e…
“Sanguino” disse. Poi riprese:”Avrei un milione di parole da dirti ma non so pescarne nemmeno una tra tutte le frasi che mi si agitano nella mente. Alcune di quelle domande non posso fartele. Altre non voglio fartele nemmeno io tanto tu non avresti una risposta da darmi: tu pure non la sai”.
Finalmente E. parlò: “E’ per caso che siamo finiti qui ora. Non so pensare”.
Lara sospirò verso la finestra e guardò ancora fuori e vide una magnolia da fiore che sorgeva solitaria e candida nella notte.”Ti ricordi” cominciò “quel pomeriggio in cui tornando dalla città verso casa tua abbiamo visto insieme la magnolia da fiore nella via dietro casa tua?”
(Quella della magnolia da fiore è una costante che segue Lara da un po’ di tempo. Ricordo la sua espressione affascinata di ogni mattina quando andando a scuola passavamo con l’autobus per quella via in Borgo Venezia nel periodo delle due-tre settimane di inizio primavera in cui sbocciano dai rami nudi le gemme delle magnolie e ogni mattina diceva la stessa cosa: “Che bella la magnolia fiorita!” e lei ancora non sapeva che era proprio nella via adiacente che stava la casa di E., ma era come se sapesse che quello sarebbe poi stato un luogo non privo di significato. Infatti è stato qualche mese fa che con lui, tornando verso casa sua, improvvisamente la vide, ancora totalmente spoglia, e il riconoscerla non ancora in fiore, dopo quei sei anni trascorsi, fu un’epifania che la investì e le piovve addosso forte e intensa come una grandinata d’estate.)
“Ora invece la magnolia che c’è qui è sul punto di sfiorire…” disse “Guardala: è come noi. Quando mi illudevo che avrei trovato la chiave per aprirti, le magnolie erano quasi in fiore, in procinto di sbocciare, ora siamo stati compromessi dal tempo e dal tuo silenzio e i fiori, tutti così aperti, tra non molto cadranno”. E riprese triste: “Quanto è durata? Solo quattro giorni, tre settimane fa, e due mesi prima un antecedente”.

E. era un ragazzo selvaggio, trasandato nell’aspetto, ma lo avvolgeva un fascino straniero che quasi lo faceva trascendere, almeno agli occhi di lei, dall’essere umano, come avesse avuto dentro una parte di animalità. Animalità che si era rivelata assolutamente canina. Aveva la barba folta castana che gli dava un’aria di viaggiatore europeo di anni passati.
Lara era stata sempre inevitabilmente attratta da una sua misteriosa e intrigante macchiolina che il suo labbro inferiore portava spostata sulla sinistra, cosa che non aveva potuto fare a meno di amare sin dal primo momento in cui l’aveva notata. Da tempo le si presentavano alla mente ogni notte prima di riuscire ad addormentarsi le immagini di lui con la bocca semichiusa nell’espressione di godimento e di lei che lo guardava rapita e a fatica si tratteneva dall’adorarlo con ferocia, con i denti.
Che spettacolo quella notte, tempo prima: lei seduta sul tavolo della sua cucina, sul quale ogni giorno mangiavano i suoi stanchi nonni, coperta solo da una maglietta di E. che solitamente usava come pigiama e che addosso a lei dava quindi largo spazio alle sue mani. Quella volta lui, appoggiato al fornello, la guardò e disse: “E’ come se tu sia seduta lì da sempre” e così fu anche il resto della serata, che scivolò nella penombra magica di quella cucina in Borgo Venezia. E scivolarono via in questo modo anche i restanti quattro giorni di tempo che li aveva per poco visti vicini, durante i quali lei visse come su un’altra dimensione, innamorata e ridicola come un’adolescente, prima che lui chiudesse lo spiraglio di quella porta che per qualche giorno le aveva tenuto semiaperto, prima che si aprisse sopra la testa un ombrello impermeabile e indifferente per difendersi da lei come da un’intemperia imprevista.
“Il tempo e il tuo silenzio.” riuscì solo a ripetere lei.
Lui la spogliò, le tolse piano la maglietta da dietro e appoggiò la testa sulla sua schiena e baciandola disse:”Non capisco, non so nulla, non so spiegare cosa è successo, il motivo per cui non conosco più nulla: io non so più provare né sentire”.
“Non ho capito niente di te”
“Pensa io che devo starci tutti i giorni”.
Il cielo era intanto diventato una lastra di piombo che si stava fondendo in nubi pesanti e schiumose di afa. Le lenzuola erano quasi bagnate dalla calda umidità che c’era senza neanche che ci avessero fatto l’amore.
Così tanta umidità che l’aria avrebbe potuto benissimo essere acqua e l’acqua aria, come in un indistinto ecosistema palustre.
Sdraiata nuda sopra le lenzuola del letto Lara osservò i pesci che erano entrati nella stanza dalla finestra e che nuotavano quietamente sopra di loro. Erano salmoni.
Allora, sì, capì che nulla aveva più senso: il tempo indistinto e lo spazio inevitabilmente disorientante.
Grandi salmoni marmorei, che si facevano largo tra banchi di fluttuanti alghe fiorite, che si allugavano, tra il tavolo e la porta, verso il soffitto. Si boccheggiava. L’acqua era caldissima. Lei si girò a guadare E. al suo fianco: bellissimo, era diventato una creatura ramata e silenziosa degli abissi.
Tutto taceva immobile. Pieno d’acqua e vuoto di aria. Non tirava più neanche un alito di vento.

La nottata era già trascorsa, nel rimescolio continuo delle onde profonde, scivolata via come la sabbia del tempo, come la carezza dell’acqua eterna che liscia le pietre del letto dei fiumi.

Dalla vetrata quadrata fece irruzione un’alba fiammante e preistorica che prosciugò la stanza, spazzò via i salmoni rosati e guizzanti, disseccò le alghe e i loro piccoli fiori acquosi, asciugò le pareti, i loro corpi e i capelli e Lara si ritrovò inspiegabilmente vestita con lo zaino in spalle e la pelle disidratata a camminare lungo una spiaggia, forse greca, e a guardare il cielo e i nuvoloni grigio piombo pensando: “Forse magari tra poco piove”.

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