MONOGRAFIE CINEMATOGRAFICHE “dal niente”: DAVID LYNCH

Posted on 26 gennaio 2011 di

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Uno dei grandi maestri del cinema contemporaneo resta lui, David Lynch, il signore dell’occulto.

Misterioso cineasta nordamericano, e ora artista osannato in tutto il mondo, ha fatto della sua passione per l’onirico e per gli enigmi più buii dell’esistenza, un marchio di fabbrica inconfondibile, collocandosi in questo modo per sempre tra i mostri sacri della settima arte.

Spesso e volentieri stroncato dalla critica hollywoodiana, e sempre accompagnato da una grande passione per la pittura, si avvicina per la prima volta al cinema con un approccio quasi “espressionista” come se dipingesse sulla pellicola, e dopo vari cortometraggi giovanili, esordisce con l’ingombrante e terribile opera prima di Eraserhead, disturbante affresco surrealista, dai toni orrorifici e post-industriali. Un incubo moderno, adorato in primis dall’allora già affermato Stanley Kubrick, e rimasto un film cult nei cinema di mezzanotte, dove egli mette in scena il delirio di un giovane emarginato, alle prese con la tragica nascita del primogenito, e tormentato da inquietanti presenze oscure.

Poi nel 1986 arriva la fama con il sogno di Blue Velvet, con Dennis Hopper e Isabella Rossellini, che resterà forse il suo capolavoro insuperato, nonchè la sua più grande sintesi tra linearità e contorto ingegno. Racconta la storia di un giovane che nell’indagine sul macabro ritrovamento di un orecchio mozzato, viene subito catapultato in un mondo lugubre e perverso, fatto di violenza, depravazione, sadomasochismo ed ossessione, dopo cui nulla sarà mai più come prima e solo il fuoco dell’amore potrà riscattarlo.

Dopo vari fallimenti, Lynch realizza forse il suo più grande successo commerciale, con la disturbante e celeberrima serie tv I Segreti di Twin Peaks, che terrà incollati al piccolo schermo milioni e milioni di spettatori in tutto il mondo, e che per la prima volta nella storia porterà nella televisione un vero tocco d’autore.

Tutto il serial è incentrato nelle indagini attorno alla morte misteriosa di Laura Palmer, “reginetta del liceo” di questa amena cittadina, e riesce a scavare nella psiche dei personaggi circostanti, facendo emergere quel marcio che si può celare solo nella più profonda periferia d’America, destabilizzando un’intera generazione pop, quella a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

A fine millennio, Lynch si imbarca nella sua impresa più grande: quella di realizzare una sorta di “trilogia del sogno riparatore“, ovvero un filo conduttore in cui, in ogni film il personaggio principale tenta di rimuovere qualcosa dalla sua mente che non riesce a sopportare, creandosi in luogo una dimensione parallella sotto forma di sogno o di semplice distorsione della realtà, con effetti devastanti.

Il risultato sono tre film tra i più complessi e affascinanti della storia del cinema: il primo, Lost Highways, racconta la storia di un sassofonista free-jazz, accusato del brutale omicidio della sua bellissima moglie, e condannato a convivere coi propri demoni.

Il secondo, Mulholland Drive, è la storia di una giovane attrice in cerca di successo a Hollywood, che incontra una misteriosa ragazza scampata ad un terribile incidente, e a cui si sente intensamente legata, senza nessun apparente motivo.

L’ultima fatica è Inland Empire. Un viaggio allucinato, un film dentro un film, fatto di frammenti sparsi tra di loro e decostruiti insieme magistralmente. Una meta-cinema “d’avanguardia“, da considerare quasi più pura arte visiva, se non da qualcuno, l'”Odissea nello Spazio” di Lynch.

Da sempre inoltre interessato alle tecniche di meditazione trascendentale, oltre alla musica elettronica e alla video-arte, David Lynch ha fatto della sua psiche quasi un’istituzione, e della sua strana poetica un enigma continuo per il suo pubblico, al quale, curioso dei significati nascosti dei suoi film, lui risponde infine con uno smaliziato: “E a voi, che cazzo ve ne frega?”

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