Norwegian Wood (noruwei no mori)

Posted on 6 settembre 2010 di

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Mi assale sempre più raramente quella sensazione di strano spaesamento all’uscita dalla sala e queste rare volte è dovuta al fatto che a provocarla non sono film di cui attendo per mesi l’uscita, ma piccoli gioielli visti per caso.

Norwegian Wood è il film che Tran Ahn Hung (già Leone d’Oro nel 1995 con Cyclo) ha presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, tratto dal romanzo di Haruki Murakami. Ritornati al mondo reale quasi dispiace di aver visto il film senza essersi goduti prima il libro.

Watanabe e Naoko tentano di sopravvivere al suicidio del loro amico d’infanzia Kizuki. Lui continua la sua vita di universitario nella tumultuosa Tokio del 1967 dove ritrova lei, un incontro che porta a galla il dolore e segna le esistenze dei due.

Il film racconta un amore forte che non riesce a fare a meno del dolore, con il quale negoziare è impossibile. Racconta il tentativo di sopravvivere quando ogni azione è faticosa. Questa sofferenza può diventare crescita o ostacolo impossibile da valicare quando hai vent’anni.

Tran Ahn Hung riesce a evitare qualsiasi minuscola volgarità attraverso la scarnificazione di tutto ciò che corre il rischio di risultare superfluo. Quello che rimane dopo questo processo di sottrazione sono due corpi immobili in una distesa di neve, dialoghi portati all’essenziale e nessuno sconfinamento nell’ovvio o nel troppo stilizzato.

Un film algido ma che spiazza per la franchezza di alcune frasi e di alcune situazioni, in cui fotografia (non a caso diretta da Lee Ping Bin, già straordinario in In the Mood for Love) e musiche rock parlano molto di più dei dialoghi.

E’ una piacevole sorpresa perchè esce dal cliché del film orientale (quello stereotipo che lo vuole lento, noioso e in un certo senso astratto oppure turbinio di gambe e braccia in stile arti marziali) senza rendersi banale e ammiccante.

Il motivo per cui vale veramente la pena di andarselo a cercare (sinceramente credo che sarà difficile trovarlo in sala) è che prende qualcosa di vicino a noi, alla nostra età, e lo porta verso il melodramma senza mai essere ampolloso e prolisso. Oltre a questo c’è una colonna sonora perfetta e una fotografia che funziona da cassa di risonanza per  i sentimenti dei personaggi (toni freddi e distaccati per Watanabe e Naoko e caldi e vivaci per l’entrata nella storia della sfacciata Midori).

A voi il trailer.

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