Se hai una montagna di neve, tienila all’ombra

Posted on 2 settembre 2010 di

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E’ stato presentato oggi alla Mostra del Cinema di Venezia, nella categoria “Controcampo italiano” il film documentario diretto da Elisabetta Sgarbi e Eugenio Lio Se hai una montagna di neve, tienila all’ombra.

Edoardo Nesi e Lio attraversano la penisola collezionando opinioni riguardo allo stato della cultura in Italia. Il riferimento a Comizi d’amore di Pasolini è fin troppo evidente e viene reso esplicito in più di un’occasione. Non è questo però che rende il film qualcosa per cui non valga la pena di perdere due ore scarse della propria vita.

Rispetto al documentario che l’ha ispirato la domanda da porre agli intervistati cambia (nel film del 1965 l’oggetto dell’inchiesta era la percezione della sessualità in Italia) ma tutto sommato la struttura rimane invariata, ovvero un alternarsi di domande alla cosiddetta gente comune e a quella che viene considerata l’elite intellettuale.

In effetti, molto più del film di Pasolini, quest’opera trasuda lo snobismo e l’elitarismo di una categoria che si guarda allo specchio ritenendosi detentrice della Cultura con la C maiuscola. Non tanto per le opinioni e i giudizi degli intervistati (tra cui Franco Battiato, Laura Morante, Umberto Eco, Antonio Rezza, Manlio Sgalambro e molti altri) quanto piuttosto per la scelta di dare troppo spazio a queste voci e relegare tutto il resto sotto la categoria del pittoresco.  Non c’è il minimo sforzo di penetrare il mondo di un agricoltore padano o di un lavoratore delle saline in Sicilia, li si lascia parlare e subito dopo si da spazio a qualcosa che pretende di essere illuminante ma che spesso non lo è.

Il film non ha in sè molto di documentario già in partenza, ma se ciò non bastasse si aggiunge il fatto che spesso gli interventi della “gente comune” hanno un retrogusto di preconfezionato, di poco spontaneo, togliendo proprio quell’imbarazzo genuino del passante che viene sopreso dalla macchina da presa e messo di fronte a domande difficili.

Non pare ora il caso di citare uno per uno i momenti in cui si è tentati di abbandonare la sala (uno per tutti: l’intervento di Laura Morante a cui segue un prolungato sguardo in macchina nel silenzio completo che vorrebbe dare l’impressione di profondità e amore, forse per la cultura, ma di cui sinceramente non si capisce il motivo).

Dilungarsi a questo punto non ha il minimo senso. Dopo un’ora e mezza di film rimane un’occasione mancata di realizzare un’inchiesta su un tema di per sè interessante e il desiderio di dare spazio a mondi poco noti entrandoci dentro e ascoltando cos’hanno da dire senza che attori, filosofi e scrittori siano pronti a darci risposte troppo giuste usando parole troppo giuste.

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