Bolzaneto

Posted on 1 agosto 2010 di

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Il tempo non passa qui, non passa mai. Questo tempo è un attimo di eternità.
Non so più da quanto sono qui. Forse minuti, forse ore.
Mi fanno male le gambe, le braccia. Sento il corpo pulsare. Credo di avere una costola incrinata, il costato mi fa un male cane. Non sento più l’orecchio. Forse quel pugno mi ha sfracellato il timpano.
Sto qui in piedi da tempo immemore. Braccia alzate, gambe allargate. L’hanno abbaiato e poi mi hanno schiaffato contro questa parete ruvida, di cui ormai conosco ogni grinza. Minuti od ore? Non ricordo. Qui il sole non entra, e un orologio non ce l’ho. Come servisse a qualcosa.
Devo andare in bagno. Ci mancava solo questa. Come se tutto il resto non bastasse, la vescica ha cominciato a spingere contro la pelle, là in basso, tempo fa- chissà quanto. Oltre alla fame, alla sete, al dolore. Penso che potrei pisciare sangue: il mio sangue è diventato una nuova uniforme, ne sono impregnato, vestito, protetto. Sangue secco sulla mia pelle, sui miei vestiti. Devo pisciare, cazzo. So di non potermi muovere. Non provo neanche a chiedere ai mastini lì fuori. La ragazza accanto a me ci ha provato, prima. Le hanno intimato il silenzio. Se l’è fatta addosso. Ha una macchia scura sui pantaloni, e l’aria puzza di piscio- oltre che di cella, di sangue, di respiri accatastati. Piange, sotto il sopracciglio gonfio (le hanno strappato via un piercing, credo, vedo un grumo di sangue secco, come un altro occhio cieco e nero sopra quello ammaccato e gonfio dove l’iride un ondeggia in un rosso lago). Piange e, lo vedo benissimo, non piange per l’umiliazione, e nemmeno per il dolore o la paura. Piange di rabbia. Conosco la sua rabbia, perché è la mia stessa rabbia, e la rabbia di noi tutti.

E loro, i nostri guardiani, i tutori del pubblico ordine, li ho visti. Ho guardato bene nei loro occhi. Li ho visti ordinare ad un ragazzo di abbiare e leccare l’acqua da una ciotola. Li ho visti spogliare una ragazza- una ragazzina- e dirle di fare le piroette, tu sporca puttana comunista. E vedendoli, gli ho detto che non potevano farlo. Li vedevo e mi sembrava di essere finito per sbaglio in un tempo storico che non mi apparteneva, in un regime di cui non conoscevo la faccia. Dirò tutto, pensavo. Lo diremo tutti. Non la passerete liscia. Voi non potete fare questo, gli ho detto. E poi sono venute le botte. Ma prima, prima, ricordo i loro occhi. Il loro sguardo diceva che invece potevano. Ed era lo sguardo che riassumeva tutto ciò che nella mia vita ho sempre combattuto: il potere, il potere di un uomo di infierire su un altro. Perché nel loro sguardo c’era l’arroganza di chi ha la pistola, nel loro sguardo c’era la garanzia dell’impunità, nel loro sguardo c’era la gioia di chi sta più sopra. Nelle facce di quei figli di puttana rividi un attimo- fu solo un flash, uno squarcio nella memoria- i volti impassibili dei generali della Salò di Pasolini. Anche a lui il potere aveva sempre fatto schifo, ed era finito nel sangue, il suo, schiacciato dalla prepotenza di un ragazzino. Voi non potete, ripetevo nella mia mente mentre mi raggiungevano i loro calci. Non potete, non potete. Ma corre un abisso tra potenza e atto. E i loro ghigni me l’avevano spiegato a sufficienza che invece sì, loro potevano.

V.P.

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Posted in: Racconti