Il mercato letterario? Un controsenso

Posted on 30 luglio 2010 di

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Caro scrittore, se vendi sei qualcuno, se non vendi non sei nessuno. Di là dagli ordini letterari, dai dettami della classicità culturale e da un pur facile conservatorismo artistico, è questa l’inappellabile verità del mercato, e non solo di quello letterario.

Accusare un’ingiusta sentenza quale “successo = scarsa qualità” è non solo legittimo, ma anche doveroso: si scoperchiano cosí le pentole borbottanti in cui il brodo d’insofferenza di autori senz’arte né mestiere cuoce amaramente a fuoco lento, è pur vero; tuttavia ciò non permette di prendere per rovescio la nostra equazione, non permette di dire cioè che una buona base popolare conferisca il valore artistico. Se tale fosse il principio governatore delle arti, importanti trasmissioni televisive di successo vanterebbero a ragione qualità artistiche che non spettano loro, e i piú ascoltati pezzi delle industrie musicali acquisterebbero di diritto un posto d’onore fra le piú sublimi composizioni del passato. Letteratura e media non possono spartire il campo commerciale, non possono arrabattarsi gli ultimi ascolti. Forse per l’arte il successo popolare non è sufficiente, forse non è neppure necessario. Forse, vuotandoci le tasche delle nostre carte e delle nostre medaglie, scopriamo che l’unica verità letteraria è che il successo è del tutto ininfluente. Chi, citandolo, conduce le proprie cause, o lo condanna per cercare un poco di sollievo dalle proprie sfortune letterarie, oppure se ne veste per non indagare il proprio lavoro, per trovarvi protezione.

Perché dunque diciamo ininfluente? Perché l’immagine del mercato letterario è un’idea che associa a due sistemi distinti un principio comune: quello della venalità; ma l’uno tratta di prodotti commerciabili, a cui può darsi un prezzo, l’altro di opere d’arte, cui solo può darsi un valore. Questo perché l’arte non è ancora diventata un bene di consumo, che si adopera e si getta via, perché se ognuno sa distinguere un’arancia matura da una avvizzita, e al mercato nessuno s’imbroglia, qualcuno prenderà un violino di sughero per un Estradivarius, o una crosta malfatta per un quadro di Monet. Qualcuno, è pur vero, saprà invece conoscerli, ma come distinguere i diversi osservatori? Non c’è modo: ecco perché il pubblico diventa inaffidabile. La bocca per morder l’arancia l’abbiamo tutti sin da quando siamo nati, il senso dell’arte no. Il senso dell’arte deve essere indagato: è ciò che lo rende a noi cosí prezioso.

È una facile debolezza poi il pretendere di riconoscere in un libro caro – un libro che parla di noi, che tocca le nostre esperienze – un valore letterario. È umano. E ancor piú facile si sta dimostrando la presunzione di produrre arte a partire da canoni emotivi. Anche questo è umano. Ma non è onesto. Perché si confonde l’abilità nello scrivere con la capacità di farlo, con la capacità di prendere una penna fra le dita: si confonde la propria emozione con il talento letterario, si crede che basti avere qualcosa da dire per saperlo fare bene. Non è cosí.

La venalità cui si costringe l’opera d’arte nel mercato letterario introduce priorità che non appartengono alla genuina creazione artistica, priorità che fanno necessariamente capo a quei bisogni dell’uomo moderno che già Internet, la Radio, la Televisione soddisfanno – e soddisfanno gratis. Trattare la Letteratura quale avversaria dei media contemporanei significa denaturarla. Di piú: significa, di fatto, dimenticarla.

Emiliano Garonzi

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Posted in: Libri