Il muro: un altro Sartre

Posted on 29 luglio 2010 di

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Quando nel 1939 Il muro appare nelle librerie, il nome di Jean -Paul Sartre è già noto. Poco tempo prima, il suo La Nausea aveva riscosso un quasi unanime successo di critica, mancando per un soffio il prestigioso premio Interallié (assegnato, peraltro, al suo amico di infanzia e compagno di scuola Nizan). Ma Il muro, che nasce quasi alla vigilia di quel mutamento epocale che sarà la Seconda Guerra Mondiale, è un’ opera di ben diverso tono – e destino. Osteggiato da gran parte della critica, discusso per la scelta di argomenti scabrosi, conobbe però un larghissimo successo di pubblico.

Cosa spinse la critica a storcere il naso e il pubblico ad amare questa nuova opera sartriana? Se il Roquetin de La Nausea era solo contro un mondo inconsistente che gli si disgregava sotto gli occhi, se, in fin dei conti, Roquetin era l’intellettuale angosciato ma distaccato dalla cruda realtà dell’esistenza, quasi intrinsecamente superiore a ciò che lo circondava, in questa nuova opera Sartre si immerge a fondo nelle miserie di piccoli uomini, si sporca le mani, fa un vero bagno di umanità. Cinque piccole storie che, come dirà l’autore stesso, sono le storie di cinque fallimenti. E la grandezza di Sartre sta proprio nel disegnare un’umanità meschina, eppure così vicina e reale da spingere all’identificazione. Il muro è, in fondo, anche uno specchio in cui guardare i nostri tratti deformati e vederci – prendendo a prestito un immagine dello stesso autore nella Nausea – delle scimmie. Siamo tutti Erostrato che guarda la folla dall’alto del suo sesto piano per sottolineare la sua superiorità morale. Siamo Lulù che finge piacere nel sesso col nuovo amante dopo aver lasciato la noiosa vita col marito. Siamo Eva imprigionata in un’ossessione. Tutti loro ci appartengono, ci rispecchiano, e ci mostrano, attraverso la loro, la nostra stessa inadeguatezza.

I semi dell’esistenzialismo ci sono già tutti. I personaggi si trovano, in un modo o nell’altro, ad affrontare una situazione statica, una prigionia da cui non sanno – o non vogliono – uscire. Alcuni, ed in particolare il Lucien de L’infanzia di un capo, sembrano essere vicini allo sbocco, a quella sorta di liberazione dalla contingenza, alla rivelazione di quella verità sull’esistenza che consiste nel nonsense e nel destino dello scacco. Ma poi virano, spaventati alcuni dalla libertà, alcuni dalla verità. Il muro diventa metafora di una barriera che non può essere sorpassata, e ha risvolti sia fisici (la maggior parte dei racconti hanno un’ambientazione prevalentemente di interni e un taglio quasi cinematografico) che astratti. Il muro è quello della cella di Pablo, condannato a morte sullo sfondo della Guerra Civile spagnola, che cerca in quelle ultime ore di arrivare al nocciolo dell’esistenza, e che poi rimane incastrato in un assurdo gioco del fato. Il muro è quello che separa Eva dalla camera del marito pazzo, ma anche dalla sua mente, e che le impedisce di penetrare quella pazzia che lei vorrebbe così ardentemente condividere. È quello che divide il novello Erostrato dal resto del mondo, sempre, comunque, anche in quello che dovrebbe essere il suo momento glorioso e che si vena invece di patetismo. Ed è infine quello di Lulù e di Lucien, la prima incastrata tra due uomini che non vuole e un’amica che cerca di vivere attraverso di lei, il secondo che, avendo esplorato i sentieri del vizio e della tentazione, ritorna sulla strada maestra e borghese, in un mondo ordinato ed inquadrato.

Del Sartre politico, invece, c’è ben poco. Gli spunti in questo senso (il riferimento alla Guerra di Spagna e all’antisemitismo montante) sembrano più occasionali che altro. I personaggi sono dipinti più in chiaro scuro che a tutto tondo, i fatti assumono rilevanza rispetto ai pensieri. Lo stile asciutto ed essenziale e la forma del racconto- con la sua connaturata brevitas- sembrano scelti apposta per essere pugni allo stomaco, istantanei e fulminanti.

Rispetto a La Nausea, un Sartre più “universale”, che non evita però di lasciare l’amaro in bocca.

Pubblicato da Einaudi, traduzione di E.Giolitti.
Pagine XL- 241

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Posted in: Libri