Bob Dylan_Blonde on blonde

Posted on 26 luglio 2010 di

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Come un classico possa essere ancora attuale

L’abisso totale. La perdita di punti di riferimento e la completa pienezza d’essere.

Blonde On Blonde rimarrà per sempre l’apice assoluto del più grande cantautore vivente.

Primo album doppio della storia, una sorta di viaggio etereo tra visioni oscure e dame dell’aldià, muse maledette e dolci vergini dell’apocalisse, in cui la musica diventa arte e ogni dilettantismo rimane al passato.

Il menestrello è cresciuto, e dopo aver oltrepassato il folk, il blues, e perfino se stesso, ha portato nella musica popolare la poesia, l’arte metafisica e una composizione colta, degna dei più grandi letterati a memoria d’uomo.

Ricordiamo a tutti chi sia Bob Dylan: nato come giovane cantantautore folk “puntadito”, dalla parte delle insurrezioni giovanili e contro quell’establishment che durante gli anni sessanta era tanto in voga cercare di destabilizzare, un giorno tradì tutti, il suo pubblico e perfino la critica che lo sosteneva, virando in quel maestoso luglio del ’65 per la chitarra elettrica e per quel blues demoniaco che faceva muovere più lo stomaco che la testa. La reazione fu drammatica.

Ma ciò spinse ancora di più Dylan a intraprendere una strada di capovolgimenti e continua ribellione a se stesso e a chi prevedeva già cosa avrebbe scritto di lì a poco. Ineffabilità totale.

Perciò, lo stesso anno racchiuse in soli sei minuti il fiume di vomito che aveva trattenuto finora per quell’America che non lo comprendeva e non lo avrebbe compreso mai: nacque così Like a Rolling Stone, la più grande canzone rock di tutti i tempi, all’interno di quel feroce trattattato blues che fu Higway 61 Revisited.

Il vecchio Dylan era morto per sempre. Ma ora bisognava ricomporre i pezzi. E fu così che dalle mani di un angelo, o per qualche strana magia infernale, nacque da queste ceneri Blonde On Blonde: ogni canzone è un capolavoro a sé.

Anche qui è di rito lo “sberleffo” iniziale: è Rainy Day Women ad aprire l’opera in modo bislacco. Questa marcia ubriaca, mostra l’aspetto più goliardico e cinicamente distaccato di Dylan (Rainy Day Women in gergo è lo spinello).

Ma dopo qualche indugio, arriva il lampo di fuoco. Quel fulmine che niente risparmia alla lingua o all’orecchio, quella mesta poesia tra amarezza e vuoto, il culmine di tutta l’opera dylaniana: Visions of Joanna, che resterà per sempre.

Ispirata da Nico o da Edie Sedwick (entrambe muse di Andy Wahrol, che affascinavano fortemente il giovane Dylan), questa maliziosa melodia psichedelica intrisa di sangue e misoginia, si spiega da sé, senza bisogno di altro, tra i suoi impenni acerbi e una voce narrante distante mille miglia, a predire storie insensate e profondissime.

Non c’è nemmeno il tempo di respirare che ci conquista la serenata amorosa e spensierata di I want you, e le lugubri immagini di Stuck Inside Of Mobile With the Memphis Blues Again, sorretta da un ritmo incalzante e tastiere a profusione.

Dunque ora rimangono sul fondo altri due gioielli, entrambi riservati a loro, le donne, croce e delizia del poeta trovatore, icone dell’eterno amor cortese (qui trasfigurato da Dylan in ballata rock). Just Like a Woman è un classico senza tempo, una delle sue più dolci melodie, accompagnata tuttavia da un testo furente, mentre tocca a Sad Eyed Lady Of The Lowlands, concludere questo lungo cammino.

Un canto soffocato dal dolore, una litania senza ne inizio ne fine, che narra di questa dama alla deriva, e che attraverso il lamento roco di Dylan prende finalmente vita e ci lascia distrutti.

Blonde on Blonde è un viaggio dantesco tra i demoni e gli angeli di un arte che resterà per sempre un mistero, e la cui provenienza ultraterrena è a noi sconosciuta.

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