Brotherhood

Posted on 19 luglio 2010 di

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Brotherhood

Se vi fosse venuta voglia di andare a vedere Brotherhood, fatelo. Questo non certo perché il film passerà alla storia come un capolavoro assoluto, piuttosto perché è un film che non potrebbe essere più adatto a farci riflettere sul nostro presente.

Una storia d’amore tra neonazisti. Il tema scelto dall’esordiente regista danese Nicolo Donato sembra porti diritto verso la provocazione. Omosessualità e crescita di gruppi neo-nazisti sono argomenti attuali in tutta Europa, temi considerati per molti motivi difficili da affrontare.

Usciti dalla sala ci si rende conto che non è l’amore omosessuale tra nazisti a rimanerci impresso in testa ma la situazione assurda e pericolosa che i due amanti si trovano a dover fronteggiare.

Lars, ex sergente dell’esercito, si aggrega (un po’ per noia, un po’ per curiosità) a un gruppo neonazista dove conosce Jimmy, che gli farà da mentore e con il quale intesserà una relazione.

Il regista racconta una storia in cui non c’è il benché minimo controllo. Già dagli sguardi che i due si scambiano si avverte una tensione reciproca difficile da frenare. Questa tensione deflagra e si procede verso un continuo cambio di registri e prospettive. Da fisici e violenti raid verso omosessuali e immigrati, feste claustrofobiche, alcoliche e sudatissime, brusche e animalesche adunate naziste con tanto di braccio destro alzato si sfuma nell’intimità di Lars e Jimmy, una fusione totale che si fa subito sicura (forse troppo in fretta) in cui tutto quello che condannavano diventa la chiave di svolta della loro esistenza, la liberazione e forse la presa di coscienza che possono pretendere qualcosa di più da loro stessi.

La violenza investe tutto il film. E’ la violenza di ragazzi che massacrano il corpo di un omosessuale dopo averlo adescato in un parco, la violenza di due amanti costretti a mettersi l’uno contro l’altro, la violenza che provoca la sensazione di non avere vie d’uscita, la violenza e la rabbia della vendetta.

A parificare i conti ci si mette l’amore, senza troppe forzature melense da parte del regista, volutamente mostrato nella sua semplicità e nel momento carico e vivo della sua nascita.

A questo punto resta da vedere qual è la forza maggiore, in poche parole se passeremo il resto della nostra serata con una sensazione di angoscia o di rassicurante serenità.

Nessuna delle due ipotesi credo possa verificarsi, perché non siamo di fronte né ad una storia d’amore né ad una storia di violenza.

Siamo di fronte a qualcosa di diverso, che può prendere ovviamente una delle due direzioni ma non ne esce con chiarezza, come una domanda alla quale si risponde con un’altra domanda.

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