Stasera musica in piazza a Praga

Posted on 17 luglio 2010 di

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Era domenica sera, in piazza della città vecchia e la gente confluiva da ogni via portando con sé scie di eau de toilette, di sudore e di sigaretta. Gli ultimi raggi di sole rischiaravano, insieme alle fronti imperlate di sudore, i dodici apostoli che uscivano in processione dall’orologio astronomico annunciando ai nasi meravigliati dei turisti che erano le 21. Le signorotte che erano arrivate in piazza apposta per l’occasione sfoggiavano i loro abiti migliori e la loro peggiore bigiotteria che le rendeva simili a indorati tabernacoli barocchi.

I signori strascicavano i piedi trascinati dall’onda di persone, fumando e guardandosi intorno con sguardi cerchiati e stanchi che volevano esprimere solidarietà a tutti i buoni mariti che, come loro, avevano portato in piazza le mogliettine a vedere l’opera pur non avendone nessuna voglia. Tra i visi annoiati e incipriati c’erano anche delle guance sbarbatelle di giovani turisti venuti a Praga per bere birra a buon prezzo e ingravidare qualche bionda ragazza dell’est.

Infine, c’erano delle vecchie e aristocratiche zitelle che avevano consacrato la loro vita a mostre d’arte ed eventi culturali e che camminavano impettite come ochi in abiti scuri gettando occhiate di distaccato disprezzo sull’”ignorante volgo”.

Ormai la luce dorata del sole aveva lasciato il posto a quella madreperlata della luna e a qualche stella disseminata qua e là che sfidava il chiarore dei riflettori puntati sul palco.

Tutto era pronto, l’orchestra aveva posato gli archetti sulle corde, le dita affusolate sui tasti degli strumenti a fiato, le mazze sulla grancassa. Il tenore si preparava con un brivido allo stomaco a pronunciare le famose parole d’apertura “se quel guerrier io fossi!” e gli spettatori si scrutavano con il fiato sospeso. Tutti aspettavano la monetina che avrebbe attivato quello spettacolare grammofono: il sinuoso movimento della bacchetta del direttore d’orchestra.

Ma ecco che, poiché nulla accadeva, prima gli archi, poi i fiati, poi le percussioni, e infine i cantanti e gli spettatori concentrarono i loro sguardi perplessi  sul direttore e fu allora che, con grande stupore, le signorotte, i mariti, le zitelle, i ragazzi, i musicisti e i cantanti si accorsero che il Maestro non era presente. Subito, in piazza, si scatenò il putiferio.

Il chiacchiericcio sommesso della perplessità si mutò ben presto in un complesso di urla di indignazione. Sul palco salì un tale in completo nero che si presentò come “l’organizzatore” e che cercò di ammansire la folla mentre enormi gocce di sudore gli piovevano sul mento dai folti baffi grigi.

Il risultato fu un ulteriore nervosismo da parte del pubblico che aveva realizzato che nessuno, in quella piazza, aveva idea di dove fosse sparito il direttore d’orchestra. Poi, a salire sul palco fu una ragazza bionda con due tette enormi. Nessuno riuscì a capire chi fosse perché, non appena aprì bocca, tutti gli uomini, e soprattutto i buoni mariti, cominciarono ad applaudirla e a fare fischi di apprezzamento. Queste gentilezze, però, non piacquero affatto alle mogliettine che, gelose come vipere perché riconoscevano che quella donna sconosciuta era molto più bella di tutte loro messe insieme, cominciarono a prendere a colpi di pochettes i mariti urlando “porco!” e “cretino!”.

Nel frattempo le zitelle avevano approfittato di questi diverbi coniugali per provare ad accaparrarsi i mariti delle altre, dimostrando comprensione per il loro comportamento e intromettendosi tra i vari sposini urlando che quei poveri uomini non avevano commesso nessun crimine seguendo la natura dell’istinto alla procreazione e che quelle donne loro mogli non erano altro che viziate sciacquette da quattro soldi. Inutile dire che scoppiarono una serie di “risse a tre”: moglie picchiava marito, zitella picchiava moglie e marito teneva alla larga a suon di gomitate e spintoni la zitella, che se era zitella c’era un motivo.

Intanto, i giovani turisti erano corsi sul palco, impazziti alla vista di due tette così grandi applicate su una ragazza bionda, e ci provavano in malo modo con la sconosciuta palpandola in ogni dove e cercando di strapparle un bacio con la forza.

Realizzando in dieci minuti la situazione, un sagace cantante, che aveva esperienza di un’infanzia logorata dalle continue violenze inflitte dal padre sulla madre, intervenne balbettando di lasciare stare la bella signora e poi scoppiò a piangere in preda a ricordi troppo pesanti da sostenere. Si fece allora avanti un trombettista che gli porse una bottiglietta di krupnik (tipico super alcolico dell’est) con cui consolarsi. Il cantante se la scolò tutta in un lungo, intrerminabile sorso e, persa la timidezza da bambino problematico, tirò un pugno in faccia a uno dei ragazzetti violentatori. Tutti gli altri turistelli, impauriti, se la diedero a gambe e nel giro di due secondi, la sconosciuta era libera e si gettò tra le braccia del suo salvatore.

Alla vista dell’amore che trionfa sull’invidia e sull’odio, i violinisti attaccarono una sonata commovente e strappalacrime di Chopin, ma i trombettisti, ossessionati da quella musica che ritenevano patetica, si appropriarono dei tamburi, cercando di dare più energia a quella sonata e scoprendo anche che suonare il tamburo era più divertente che suonare la tromba.

Infine, in un turbinio di luci rosse, sirene e divise scure, arrivò la polizia che dichiarò, a suon di distintivi, manganellate e manette, la seduta sciolta.

La folla che si allontanò quella sera dalla piazza della città vecchia era totalmente diversa da quella che vi aveva confluito: i mariti e le mogliettine non vedevano l’ora di correre da un avvocato divorzista, le zitelle, rifiutate dagli uomini, avevano smesso il loro atteggiamento da ochi impettiti e si dirigevano verso casa piangendo come cani bastonati. La sconosciuta aveva trovato finalmente un uomo che la rispettasse nonostante il suo davanzale prosperoso e il cantante suo salvatore aveva superato, in una sera, i traumi di una vita. I giovani turisti avevano deciso che forse bere birra a buon prezzo chiusi in un bar era meglio che ingravidare qualche bionda ragazza dell’est e infine, molti trombettisti avevano convertito la loro vocazione musicale nelle percussioni.

Mentre accadeva tutto questo, il burattinaio, la causa di tutto, e cioè il direttore d’orchestra stava morendo di overdose nel suo salotto e mentre esalava l’ultimo respiro, emettendo le considerazioni finali sul suo tempo, pensò che la sua vita era oscurata da un unico, grande rimpianto: non aver mai cambiato nulla, non aver mai fatto la differenza.

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Posted in: Racconti