Dell’incanto delle prospettive: “L’insostenibile leggerezza dell’essere “

Posted on 14 luglio 2010 di

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Tereza ama Tomas. Tomas ama Tereza. Ma ama, in un certo qual modo, anche Sabina. E Sabina forse ama Tomas, e ama (ama?) Franz, e Franz ama Sabina. Ecco il nucleo fondamentale, l’essenza della trama di questo libro: uno strano quadrato amoroso dove hanno luogo infiniti giochi di specchi. Eppure, scorrendo le pagine e seguendo i personaggi, non ci si libera della sensazione che si tratti di semplici figure, sagome di una fotografia scattata. Come se, pur avendo la pienezza e la complessità di personaggi a tutto tondo, si avvertisse che Tereza, Tomas, Sabina e Franz non sono altro che irradiazioni di un unico nucleo, che l’autore sbriciola e frantuma, riducendolo ad esempi particolari, per studiarne l’immensità.

Il romanzo è L’insostenibile leggerezza dell’essere, e l’autore è il ceco Milan Kundera. È un romanzo ma, come tutti i grandi romanzi, regala un infinita varietà di spunti, di temi, di idee. Dovendo stabilire una gerarchia, potremmo affermare, a partire dal titolo,che il libro ruota attorno all’idea del grande paradosso dell’esistenza umana, costretto a vivere una sola volta, senza alcuna possibilità di ripetizioni o correzioni. E se dall’eterno ritorno nietschiano scaturiva “das schwerste Gewicht” (il più pesante fardello), dall’idea dell’unicità dell’esistenza scaturisce la leggerezza, che diventa però insostenibile di fronte alla mancanza di significato che ogni singolo atto viene ad assumere.

Ma questo libro è anche un libro che sviscera, con grazia e acume, le dinamiche dei rapporti. L’inesauribile mistero dell’amore e del rapporto di coppia vengono indagati attraverso la narrazione polifonica, prendendo mano a mano le parti di ciascun personaggio, finchè la concretezza dei fatti sfuma nell’indefinitezza delle suggestione, e le nostre stesse opinioni di lettori si fanno confuse, quasi sospese. L’amore, e qualsiasi tipo di relazione umana, appare nitidamente come uno iato tra due entità diverse, la realtà si fa labile materia delle personali proiezioni mentali, e ogni gesto e ogni parola diventa un incontro di mondi che si credono simili, ma che sono profondamente diversi. Geniale metafora di questa impossibile empatia è il “piccolo dizionario di parole fraintese”, sorta di confronto tra le idee e il sentire che gli amanti Sabina e Franz nascondono dietro parole e azioni, senza sospettare la distanza che intercorre tra loro.

E poi, ancora, si affronta il tema della forza e della debolezza, e del lasciarsi trasportare dalla propria debolezza (“La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e, invece di resisterle, ci si vuole abbandonare ad essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancora più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso”). Ma dove sta la forza e dove la debolezza? È debole Tereza nell’sopportare gli infiniti tradimenti di Tomas? Eppure, quando lei decide di abbandonarlo, è lui a tornare, incapace di sopportare il peso del dolore di lei. E’ allora forza la sopportazione di Tereza, e debolezza quella di Tomas? Anche qui le prospettive si confondono, le certezze si fanno friabili, la verità sta in una conciliazione impossibile.
Ma, si è già detto, non è facile fare un resoconto delle tematiche di questo strano libro, a metà tra la narrativa e la filosofia. Si potrebbe parlare del problematico rapporto tra anima e corpo, o del brillante spirito critico nei confronti della politica e della storia recente, ma certo sarà meglio lasciarlo fare alla penna di Kundera, che delinea con grazia e leggerezza un mondo dalla stessa fragile bellezza di castelli fatti di aria, o di fili di ragnatela.

(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, gli Adelphi, 1984)

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